Storia

Il sorriso delle pietre


Nella storia dell'arte tipografica, a differenza che in quella delle società umane, l'"età della pietra" è l'ultimo stadio dell'evoluzione, il più splendido e fecondo. Fu uno stampatore di Praga, Alois Senefelder, a inventare attorno al 1790 "L'arte di far parlare le pietre", la litografia. Ma solo alla fine dell'Ottocento, dal matrimonio fra la nuova tecnica e il mondo delle merci, degli affari, dei negozi, le doti nascoste della pietra calcarea apparvero in tutta la loro lucente suggestione. Fu l'epoca d'oro dell'affiche, della réclame ancora libera dalle regole sottili della persuasione occulta; prima scintilla del falò della civiltà dell'immagine, che ancora brucia. Eppure: degradare l'arte all'angolo della strada, costringerla a compiacere il portafogli del bottegaio, ad adescare cuoche e servette, a celebrare le doti di digestivi, pastiglie e macchine per cucire, tutto questo non poteva non apparire decisamente sconveniente all'artista da accademia. Pochi i Toulouse-Lautrec che ebbero il coraggio di sfidare l'effimera gloria del cartoncino da stampa, di intingere la penna nell'inchiostro grasso, di affrontare la pietra umida, di scegliere come galérie i marciapiedi e i muri sbrecciati. Quella che nacque allora, sullo scorcio del secolo morente, fu un'arte senza artisti. O meglio, un'arte che allevò da sé i propri artisti, tenendoli a balia nell'atmosfera satura di odori acri delle officine litografiche, reclutandoli fra i calligrafi, i copisti, i "trasportatori" (gli operai litografi che ricalcavano sulla pietra i bozzetti originali). Operaio litografo fu Jules Chéret, forse il più grande creatore di manifesti pubblicitari nella Francia fin-de-siècle, precursore dello "stile Novecento". Operaio litografo era anche il ragazzo dal viso affilato che nei primi mesi del 1921, smessa da poco la divisa di fante, cercava lavoro bussando alle porte delle litografie di una città provata dalla guerra ma visibilmente intenzionata a riprendere al più presto il suo posto di piccola capitale della provincia ricca, attiva, desiderosa di promozione sociale. La città era Modena, il ragazzo si chiamava Dario Mazzieri. (Da 1940-1990. Cinquant'anni di passione per la stampa. Testo di Michele Smargiassi)



1940. Il fondatore Dario Mazzieri con l'immancabile sigaretta



1950. Giuliana e Carla Mazzieri in posa davanti alla nuova macchina da stampa.
Nella parete sullo sfondo, il prezioso archivio delle pietre litografiche